POTERE O PRESTIGIO?

La responsabilità sociale di chi esercita il potere e di chi sceglie a chi affidare il potere

Nessun potere eguaglia il potere su di sé, diceva Seneca.

Ma spesso le persone non si accontentano di avere il potere di gestire la propria vita, forse il loro sè non è poi così gratificante e allora tentano di gestire la vita e le scelte degli altri.

Giulio Andreotti sosteneva che Il potere logora chi non ce l’ha. Per molte persone la gestione del potere ha a che fare con la propria autostima. Nella gestione gerarchica e autoritaria di un gruppo, il leader autoreferenziale, sopratutto se sopravvaluta le proprie capacità, non si confronta con il team, prende decisioni unilaterali e può cadere nella trappola chiamata over-confidence, rischiando di prendere decisioni sbagliate.

Questi potenti, nonostante i privilegi di cui godono, non hanno vita facile, temono infatti che una persona di maggiore talento e capacità sociali possa sottrarre loro il ruolo e agiscono quindi in modo paradossale.
Maner e Mead hanno infatti dimostrato che i leader, specialmente quelli più interessati a mantenere il ruolo di potere all’interno del gruppo, evitano il confronto e fanno di tutto per isolare le persone di talento, dando loro compiti poco importanti, pur sapendo che sono risorse preziose per il team.
Attivano comportamenti scorretti verso il gruppo a proprio beneficio per neutralizzare la “minaccia” di perdere il ruolo.

Secondo Gruenfeld il potere disinibisce e conduce a comportarsi in modo da soddisfare i propri impulsi egoistici, anziché agire in favore della comunità.

La storia e la politica sono disseminate di modelli edonistici e psicopatologici di potere. Individui fragili, che cercano consenso e si gratificano grazie all’adulazione e al riscontro da parte di una massa adulante e conformista che subisce spersonalizzandosi, rinunciando a pensare con la propria testa e con il proprio cuore, in modo acritico.

La società massificata, perde così il senso e il significato del vivere sociale, si perde l’etica delle azioni, si favoriscono i favori personali e si alimenta la corruzione.

E il potere coercitivo diventa un modello e provoca altrettanta voglia patologica di potere , che si manifesta con forme di aggressività, bullismo, vandalismo, ribellione, soprattutto nei giovani (W. Braud).

Secondo Maner e Case c’è in realtà un modo per evitare che il leader si lasci corrompere dal potere e dalla gloria: selezionare un leader più interessato al prestigio (desiderio di essere rispettati e ben voluti) che al potere sugli altri.

Una persona che voglia esercitare il potere di fare, di contribuire per il bene pubblico, una persona che sposti il focus dai benefici personali a quelli collettivi.

La questione, però, è trovare dei buoni selezionatori dei potenti.

Giovanna Giuffredi

Tratto da: Coaching Time

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