IL PESO DELLA LEGGEREZZA

Lui è un Executive, uno di quei top manager all’apice della carriera. E’ soddisfatto dei risultati che raggiunge, il budget è sempre più che rispettato, i suoi collaboratori lo seguono, ma… Il punto è come lo seguono: obbediscono, piuttosto che agire sulla spinta di motivazioni personali e condivise, sa che potrebbero fare e dare di più. Questo manager, che chiameremo Filippo,  vorrebbe essere uno di quei leader carismatici che non hanno bisogno di guardarsi indietro, di spronare le persone, per sapere se queste lo seguono. Analizzando il suo stile di conduzione, si rende conto che è troppo tecnico e asettico nella sua gestione. Individua la sua area di miglioramento: dice che vorrebbe essere più “leggero”, ma gli risulta impossibile, sente che qualcosa glielo impedisce.

Nel corso della sessione di coaching, lavoriamo sulla sua “resistenza”a cambiare e sul suo concetto della leggerezza. Che cosa gli impedisce di essere più “leggero” nella gestione della sua leadership? La sua educazione. Fin da bambino, in famiglia sentiva dire che le persone leggere sono “invadenti, superficiali, irrispettose”, tutti aspetti inaccettabili nel suo contesto familiare e sociale, una concezione che lui ha fatto propria. Come è riuscito Filippo a cambiare?  Semplicemente rivedendo la sua interpretazione del concetto di “leggerezza”, liberandosi dai limiti e dai condizionamenti mentali che ne appesantivano, paradossalmente, il significato.

Dando, quindi, una nuova  definizione ad una parola che era tabù nella sua mente e che dava luogo a convinzioni e comportamenti limitanti, ora può permettersi di avvicinare e motivare il suo staff sorridendo di più, lasciandosi andare a battute, creando un clima più sereno, senza contravvenire ai suoi principi educativi; lo fa utilizzando modalità per lui accettabili di leggerezza, non certo “invadenti, superficiali, irrispettose”, bensì  “discrete, profonde e rispettose degli altri”. E, a conti fatti, ha superato i risultati di budget ottenuti in passato.

Il linguaggio, secondo Rafael Echeverría, è in se stesso azione. La parola è capace di aprire e chiudere porte. Fino a dove la parola ha un impatto sul nostro futuro? Se la parola è azione e l’azione costruisce il nostro essere, possiamo allora modificare il nostro essere attraverso la parola? In una conversazione di coaching, quale linguaggio manca al coachee per agire? La conversazione di coaching è strutturata nelle seguenti fasi:

  1. Generare il contesto
  2. Capire la situazione attuale
  3. Individuare una situazione ideale
  4. Apprendimento e feedback
  5. Azione
  6. Prosieguo

Le resistenze e le paure, sono aspetti che il coach deve saper riconoscere ed utilizzare all’interno della relazione di coaching per massimizzarne i risultati ed accompagnare in modo ecologico il coachee nella realizzazione dei propri obiettivi. Le competenze che il coach mette in campo dipendono dalla sua intelligenza emotiva, ma anche dalla sua conoscenza in ambito psicologico e dagli strumenti pratici che mette a disposizione del coachee con creatività e flessibilità, al fine di:

  • preparare le sessioni in modo da diminuire il verificarsi di resistenze;
  • gestire la relazione con il coachee affinché questi possa rivelare le eventuali resistenze e le proprie paure ed affrontarle con consapevolezza;
  • offrire al coachee delle chiavi di lettura in grado di integrare i messaggi espliciti ed impliciti nelle resistenze e nelle paure a servizio dei propri obiettivi.

Giovanna Giuffredi

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