Human Skills nell’era dell’Intelligenza Artificiale: le competenze umane che diventano sempre più importanti

Human Skills nell’era dell’Intelligenza Artificiale: le competenze umane che diventano sempre più importanti

24 settembre 20269 min di lettura

L’avanzata dell’Intelligenza Artificiale pone una domanda che riguarda professionisti, aziende e sistemi formativi: quali competenze continueranno ad avere valore quando una parte crescente delle attività cognitive potrà essere affidata o supportata dalle macchine?

Le ricerche più recenti suggeriscono di evitare una lettura troppo semplice, basata sulla contrapposizione tra persone e tecnologia. L’AI sta certamente aumentando la propria capacità di elaborare informazioni, generare contenuti, analizzare problemi e supportare decisioni. Nello stesso tempo, però, le organizzazioni continuano ad attribuire grande importanza a competenze che riguardano il modo in cui le persone pensano, apprendono, scelgono e si relazionano.

Sono quelle che possiamo definire Human Skills.

Più trasformazione che sostituzione

Un primo elemento utile arriva dalla ricerca “Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure”, pubblicata nel 2025 dall’International Labour Organization insieme al National Research Institute polacco NASK.

Secondo lo studio, circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione con un certo grado di esposizione all’Intelligenza Artificiale generativa. Il dato, tuttavia, non corrisponde alla previsione della scomparsa di un posto di lavoro su quattro. L’ILO sottolinea infatti che, per la continua necessità dell’intervento umano in numerose attività, lo scenario più probabile è quello della trasformazione delle professioni, più che della loro completa sostituzione.

È una distinzione importante.

Una professione è composta da attività differenti. Alcune possono essere automatizzate, altre possono essere svolte più rapidamente grazie all’AI, mentre altre richiedono interpretazione del contesto, capacità di relazione, valutazione delle conseguenze e responsabilità.

La questione, quindi, non riguarda soltanto quanti lavori resteranno, ma come cambierà il contributo richiesto alle persone all’interno del lavoro.

Le competenze tecnologiche crescono, ma non crescono da sole

Il “Future of Jobs Report 2025” del World Economic Forum aiuta a comprendere meglio questo passaggio.

Nella ricerca, il pensiero analitico rimane la competenza core più indicata dai datori di lavoro. Ai primi posti compaiono anche resilienza, flessibilità e agilità, leadership e influenza sociale, pensiero creativo, motivazione e autoconsapevolezza. Nella top ten figurano inoltre empatia e ascolto attivo e curiosità e apprendimento continuo.

Parallelamente, le competenze tecnologiche sono quelle per le quali viene prevista la crescita più rapida: AI e big data, reti e cybersecurity, alfabetizzazione tecnologica.

Il dato interessante non è quindi scegliere quale delle due dimensioni sia più importante. Il mercato del lavoro sembra richiedere entrambe.

La familiarità con gli strumenti tecnologici dovrà essere accompagnata dalla capacità di analizzare situazioni, apprendere, gestire l’incertezza, collaborare e assumere decisioni.

Questo permette anche di superare una vecchia distinzione tra hard skills e soft skills. Definire “soft” la capacità di gestire un conflitto, comprendere un interlocutore o prendere una decisione complessa rischia infatti di sminuire competenze che possono incidere in modo determinante sulla qualità del lavoro.

Cosa può sostituire realmente l’AI?

Il Future of Jobs Report 2025 affronta direttamente anche questo tema attraverso un’analisi, realizzata insieme a Indeed, di oltre 2.800 competenze.

Nessuna delle competenze analizzate è stata classificata come caratterizzata da una capacità molto alta di sostituzione da parte dell’attuale generazione di AI generativa. Il 69% presenta invece un potenziale di sostituzione basso o molto basso. Le competenze maggiormente legate all’interazione umana, come empatia e ascolto attivo, risultano tra quelle meno sostituibili nell’analisi.

Il dato va interpretato con cautela. Non significa che esistano competenze definitivamente sottratte all’evoluzione tecnologica. Significa piuttosto che una stessa attività può contenere componenti automatizzabili e componenti che richiedono ancora un intervento umano rilevante.

Prendiamo il caso di una conversazione difficile.

Un sistema di AI può aiutare a prepararla, suggerire argomentazioni, proporre una formulazione più efficace o simulare possibili risposte. Ma durante quella conversazione la persona dovrà comunque comprendere ciò che sta accadendo, accorgersi delle reazioni dell’interlocutore, gestire le proprie emozioni, modificare eventualmente il proprio approccio e assumersi la responsabilità delle proprie parole.

La tecnologia può supportare il comportamento. Non coincide con la capacità di agire efficacemente nella situazione reale.

Quando aumentano le risposte, aumenta il valore del giudizio

L’AI generativa rende estremamente semplice ottenere informazioni e alternative.

Possiamo chiedere come affrontare un problema professionale, confrontare differenti scenari, prepararci a una riunione o costruire un piano d’azione.

Questo vantaggio porta però con sé un nuovo problema: avere più possibilità non significa automaticamente saper scegliere meglio.

Quando informazioni e soluzioni aumentano, acquistano valore la capacità di distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, verificare l’attendibilità di ciò che riceviamo, interpretare il contesto e valutare le conseguenze di una scelta.

Un professionista può utilizzare l’AI per esplorare diverse possibilità di carriera, ma deve poi stabilire quale di queste sia coerente con le proprie priorità.

Un manager può farsi aiutare nella preparazione di un feedback, ma deve decidere cosa è opportuno dire a quella specifica persona e in quel particolare momento.

Una persona può ottenere un ottimo piano per raggiungere un obiettivo e continuare, nonostante questo, a rimandarne l’attuazione.

La disponibilità della conoscenza non elimina la necessità della consapevolezza, del discernimento e dell’azione.

Le competenze sociali ed emotive producono risultati concreti

Un contributo importante arriva anche dall’OECD con la ricerca “Skills that Matter for Success and Well-being in Adulthood: Evidence on Adults’ Social and Emotional Skills from the 2023 Survey of Adult Skills”, pubblicata nel 2025.

Lo studio prende in esame competenze sociali ed emotive degli adulti accanto alle tradizionali competenze cognitive. Tra quelle considerate troviamo capacità come autocontrollo, socialità e regolazione emotiva.

L’OECD evidenzia che queste competenze sono associate a diversi aspetti della vita adulta, tra cui risultati nel mercato del lavoro, benessere e partecipazione sociale. Il rapporto osserva inoltre che, con l’avanzare dell’AI in numerosi compiti cognitivi, le competenze sociali ed emotive potrebbero assumere un valore crescente nelle attività che le macchine non riescono a svolgere.

C’è un altro aspetto particolarmente interessante: non stiamo parlando soltanto di caratteristiche innate della personalità.

Le competenze sociali ed emotive possono essere sviluppate e allenate.

Ed è un punto decisivo per chi si occupa di formazione.

Imparare continuamente diventa una competenza

La velocità con cui cambiano strumenti e modalità di lavoro modifica anche il rapporto con l’apprendimento.

Il “2025 Workplace Learning Report – The Rise of Career Champions” di LinkedIn Learning segnala che il 49% dei professionisti Learning & Development e HR coinvolti nella ricerca riferisce una preoccupazione dei propri executive rispetto alla disponibilità delle competenze necessarie per realizzare la strategia aziendale. Il rapporto individua inoltre nella progressione di carriera la principale motivazione che spinge le persone ad apprendere.

Commentando i risultati della ricerca, LinkedIn propone il “learning how to learn”, imparare a imparare, come una sorta di competenza trasversale necessaria per affrontare la continua evoluzione delle skill.

Non è difficile comprenderne il motivo.

In molti ambiti professionali non è più realistico pensare di acquisire una volta per tutte le conoscenze necessarie e utilizzarle senza modifiche per il resto della propria carriera. Occorre sviluppare la disponibilità a rivedere ciò che si sa, sperimentare strumenti nuovi e integrare continuamente l’esperienza con nuovi apprendimenti.

Dal sapere al comportamento

Questo scenario pone una questione importante anche alla formazione.

L’Intelligenza Artificiale riduce enormemente il costo e il tempo necessari per accedere alla conoscenza. Si può chiedere a un sistema di spiegare una tecnica di comunicazione, sintetizzare un modello di leadership, illustrare come gestire un conflitto o proporre una strategia per raggiungere un obiettivo.

Ma sapere come si dovrebbe agire non significa necessariamente riuscire a farlo.

Si può conoscere bene l’assertività e continuare ad avere difficoltà a dire di no. Si possono studiare le tecniche di ascolto e accorgersi di pensare già alla risposta mentre l’altro sta ancora parlando. Si può comprendere perfettamente l’importanza di un cambiamento senza riuscire a compiere il primo passo.

Per questo la formazione sulle Human Skills non può limitarsi alla trasmissione di contenuti. Deve creare occasioni per sperimentare, osservare il proprio comportamento, ricevere feedback, riflettere e provare modalità differenti.

Il contributo della cultura del Coaching

È in questo spazio che la cultura del Coaching può offrire un contributo particolarmente attuale.

Il Coaching lavora da tempo su elementi come ascolto, consapevolezza, autonomia, responsabilità, definizione degli obiettivi e capacità di trasformare le intuizioni in azione.

Non significa che queste competenze appartengano esclusivamente ai Coach. Al contrario, possono essere utili a chiunque debba affrontare decisioni, relazioni, cambiamenti o responsabilità, indipendentemente dalla professione svolta.

Il contributo più interessante del Coaching, in questo senso, non consiste nel fornire un’altra serie di risposte preconfezionate. Consiste nell’allenare la persona a osservare meglio ciò che accade, ampliare le proprie prospettive e costruire risposte adeguate alle situazioni che incontra.

Ed è forse proprio questa una delle capacità più utili quando gli scenari cambiano rapidamente.

Human Skills e AI: non una competizione, ma una nuova complementarità

Le ricerche citate non permettono di stabilire oggi quali saranno i confini definitivi tra attività umane e attività svolte dall’Intelligenza Artificiale.

Offrono però un’indicazione abbastanza chiara: la crescita della tecnologia non rende secondarie le competenze umane.

L’ILO descrive uno scenario nel quale molti lavori saranno trasformati più che semplicemente eliminati. Il World Economic Forum mostra la contemporanea crescita di competenze tecnologiche e capacità cognitive, personali e relazionali. L’OECD evidenzia il valore delle competenze sociali ed emotive. LinkedIn richiama la necessità di continuare ad apprendere mentre le competenze richieste si modificano.

La sfida, quindi, non consiste nel dimostrare che una persona sappia fare meglio di una macchina ciò che la macchina è progettata per fare.

Consiste piuttosto nell’imparare a utilizzare strumenti sempre più potenti senza rinunciare alla capacità di valutare, scegliere, apprendere e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

È su questo terreno che le Human Skills acquistano oggi un significato nuovo.

Fonti

  • World Economic Forum, The Future of Jobs Report 2025, 2025.
  • OECD, Skills that Matter for Success and Well-being in Adulthood: Evidence on Adults’ Social and Emotional Skills from the 2023 Survey of Adult Skills, 2025.
  • International Labour Organization (ILO) – NASK, Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure, 2025.
  • LinkedIn Learning, 2025 Workplace Learning Report – The Rise of Career Champions, 2025.

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