GLI ESAMI NON FINISCONO MAI

Alcune persone temono talmente tanto il giudizio degli altri da costruirsi una corazza di finzione, come se quest’ ultima fosse necessariamente migliore del contenuto autentico della persona.

“Gli esami non finiscono mai”, è il titolo di una indimenticabile commedia degli anni 70 di Edoardo De Filippo che rappresenta con amarezza ed ironia come si vive sotto l’occhio critico del mondo esterno. Genitori e nonni prima, gli insegnanti poi, ma anche i compagni di scuola e di vita, i coniugi, gli amici, i colleghi, i parenti, i vicini, i figli e anche i nipotini. Occhi esterni che osservano e a volte restituiscono pareri utili e costruttivi, ma altre volte invece, soltanto giudizi trancianti.

Alcune persone temono talmente tanto il giudizio degli altri da costruirsi una corazza di finzione, come se quest ’ultima fosse necessariamente migliore del contenuto autentico della persona. E l’essere inautentici genera un meccanismo di insicurezza esistenziale, perché gradualmente ci si perde di vista.

Certamente può fare male sentire una critica distruttiva, soprattutto se tocca l’essenza della persona, piuttosto che i suoi comportamenti. Come gestire quindi i commenti non sempre benevoli degli altri? Una possibilità è chiedersi cosa si sta imparando da quelle parole. Forse gli altri vedono ciò che noi non vediamo? Possono spiegarci come meglio procedere? Hanno un’idea geniale nel cassetto pronta per noi? Un buon suggerimento da offrire? In questi casi sono regali preziosi, utili spunti di riflessione e crescita. Giocare con le domande, può essere efficace per scoprire l’intenzione della critica e la sua eventuale utilità.

La nota finestra di Johari (lo schema delineato da Joseph Luft e Harry Ingham) analizza il livello di consapevolezza degli atteggiamenti, delle emozioni, dei comportamenti, capacità, che una persona trasmette di sé agli altri. E’ divisa in quattro quadranti che evidenziano gli aspetti che decidiamo di celare al mondo esterno (area privata), quelli che non sono noti nemmeno a noi stessi (area dell’inconscio), altri ancora che sono invece accessibili a tutti (area pubblica). Esiste poi un’area cieca a noi, ma non alle altre persone. Banalizzando si potrebbe usare la metafora dell’escremento di un uccello sulla spalla, tutti la vedono tranne chi la “indossa”. L’unico modo per avere informazioni su questa area oscura è attraverso il feedback degli altri.

Ma se dopo l’esplorazione e i feedback ricevuti, non si impara nulla di nuovo, se riconosciamo solo un’intenzione distruttiva, allora vale la pena rivolgere a se stessi una domanda “Con questa persona vale la pena rinunciare ad essere quello che sono?”.

Giovanna Giuffredi

Tratto da: Coaching Time

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