Domande rischiose: cosa non chiedere in una sessione di Coaching

Domande rischiose: cosa non chiedere in una sessione di Coaching

Un coach sa che il cuore del coaching risiede nel porre le giuste domande.
Le domande, infatti, non solo guidano il dialogo, ma aiutano i clienti a sbloccare nuove prospettive, esplorare opzioni e impegnarsi verso l’azione. 
Tuttavia, non tutte le domande sono costruttive.
Alcune possono essere rischiose o addirittura controproducenti

L’empatia e la fiducia che il coach riesce ad instaurare con il proprio coachee, il suo ascolto attento e attivo sono le chiavi per entrare in contatto con il cliente e stimolarlo verso azioni concrete che consentano cambiamenti nella vita reale. Al coach interessa aiutare il cliente a progredire

Gli interrogativi servono a stimolare il coachee verso l’esplorazione, la scoperta, l’introspezione.
Servono per rinforzare la consapevolezza dei valori, per riconoscere il senso della mission personale, per indagare tutte le dimensioni del fare e dell’essere.

Domande rischiose da evitare


Il coaching è un viaggio di scoperta personale guidato attraverso il dialogo, con domande che fungono da bussola. Tuttavia, alcuni interrogativi possono non portare alla direzione desiderata.
Alcuni possono addirittura deviare o interrompere il percorso di crescita:

  1. Domande giudicanti: sono domande mal formulate che possono contenere un giudizio implicito.
    Domande che suggeriscono che ci sia un modo giusto o sbagliato di pensare o agire. 
    Possono influenzare negativamente l’autostima del cliente, farlo adottare un atteggiamento difensivo e minare la fiducia nell’intero processo di coaching. 
    Alcuni esempi:”Perché continui a commettere lo stesso errore?” o “Perché non hai già fatto questo?” o “Sei proprio sicuro che sia la scelta giusta?”.
  2. Domande che inducono colpa o vergogna: focalizzano l’attenzione sul passato, sui fallimenti o sugli errori. Un esempio: ”Anche questa volta la tua idea non ha funzionato?“.
    Queste possono generare sentimenti negativi e risultano poco utili al progresso.
  3. Domande troppo personali o intrusive: possono essere percepite come troppo personali o invasive, superando i confini della zona di comfort del cliente. I coach devono rispettare la privacy e i limiti che il cliente pone, evitando quesiti che possano farlo sentire esposto o scomodo, portandolo in un’area di disagio o resistenza.
    Un esempio:”Perché pensi che tuo marito abbia agito così?” o “Per quale motivo non cambi tipo di lavoro?”, questi interrogativi potrebbero andare oltre i limiti personali concordati con il cliente.
  4. Domande che suggeriscono una risposta: guidano il cliente verso una soluzione potenzialmente anche non allineata con i suoi veri desideri o bisogni. 
    Esempio: ”Hai mi provato a…?”, “Non credi che sia meglio che…”, “Non pensi che…
  5. Domande chiuse: limitano lo spazio cognitivo del cliente, offrendo solo una duplice opzione.
    Esempio: “Farai quanto hai deciso?”, “Ti vengono in mente ostacoli possibili?”.
    Le risposte potrebbero essere solo un si o un no, limitando il pensiero del cliente. 
  6. Sovraccarico di informazioni o domande multiple: sono domande troppo ampie o complesse che possono confondere o sopraffare il cliente, che lo mettono nella condizione di dover scegliere a quale dare risposta.
    Quanto ti interessa questa opzione? E in che modo pensi di seguire questa strada? Vedi eventuali rischi? ” Questi interrogativi potrebbero essere utili se posti una alla volta, in modo chiaro e focalizzato, per mantenere una conversazione costruttiva.

Domande produttive da farsi


Nascono dall’ascolto del cliente e, se poste in modo corretto, possono essere strumenti potenti in una sessione di coaching.
È fondamentale che siano poste con intenzione e consapevolezza, con un’attenta considerazione delle parole utilizzate.
Il coach deve sempre considerare il contesto, le emozioni e la predisposizione del cliente rispetto ai quesiti posti. Ogni quesito può diventare un passo verso la scoperta, la crescita e il cambiamento.

  1. Domande diagnostiche: servono per raccogliere le prime informazioni e inquadrare il cliente.
  2. Domande aperte: incentivano la riflessione. 
    Esempio: “In che modo questo obiettivo migliorerà la tua vita?”. 
    Queste domande stimolano il pensiero, aprono porte e prospettive, permettono ai clienti di esplorare varie possibilità senza sentirsi limitati.
  3. Domande di esplorazione: favoriscono il riconoscimento dei valori, delle risorse, delle resistenze, delle motivazioni e la consapevolezza degli effetti delle strategie adottate. 
    Esempio: “Cosa rappresenta questo per te?” o “Che impatto avrà nella tua vita quando…?”.
    Vengono esplorate le conseguenze emotive e pratiche delle diverse scelte.
  4. Domande di sfida costruttiva: incoraggiano il cliente a riconoscere e affrontare gli ostacoli interni o esterni. Dalle risposte emergono obiettivi che indicano direzioni concrete. 
    Esempio:”Cosa ti trattiene?“, “Quali sono le tue priorità?”, “Se non non vedessi questi ostacoli come agiresti?
  5. Domande che incoraggiano l’auto-riflessione: promuovono l’apprendimento e la crescita personale.
    Esempio: “Quali lezioni puoi trarre dai tentativi precedenti?“, “Cosa hai imparato da questa esperienza?
  6. Domande brevi, incisive e neutre: vanno subito al punto, senza cornici, premesse o direzioni.

Rischi delle domande sbagliate


Nel contesto del coaching, le parole non sono semplicemente strumenti di comunicazione, ma motori di cambiamento. Come in un campo minato, alcuni quesiti possono essere insidiosi e danneggiare il rapporto con il cliente provocando:

  1. Resistenza: se un cliente si sente giudicato o incompreso può sviluppare resistenza o un atteggiamento difensivo che va ad ostacolare il processo di coaching.
  2. Rottura della fiducia: domande inappropriate, o troppo dirette, possono minare questa fiducia e chiudere le porte alla comunicazione aperta.
  3. Direzione errata: porre domande che guidano verso una specifica risposta o soluzione del coach invece che del cliente, limitano l’autonomia del cliente e impediscono l’autentica esplorazione di soluzioni personalizzate.
  4. Dipendenza: un eccesso di domande guidate può portare a una dipendenza del cliente dal coach per le soluzioni, minando l’auto-efficacia e l’indipendenza del cliente.

Conclusioni


Navigare tra le “parole minate” o “domande rischiose” del coaching richiede abilità, sensibilità e una profonda consapevolezza sia del proprio impatto come coach sia del mondo interiore del cliente.
Gli interrogativi rischiosi non sono solo quelli inappropriatamente formulati, ma anche quelli non allineati con il momento specifico che il cliente sta vivendo o quelli che non considerano il loro contesto personale e emotivo.

Come limitare danni e rischi?

Un memo per tutti i coach:

  1. Ascolto attivo: ascoltare profondamente e con empatia per comprendere veramente dove il cliente si trova e quali sono i suoi bisogni.
  2. Quesiti aperti e neutrali: formulare domande che incoraggiano l’esplorazione senza presupporre una direzione o risposta.
  3. Feedback continuo: essere aperti al feedback del cliente sulle domande poste e su come si senta rispetto al processo di coaching.
  4. Adattabilità, sensibilità e empatia: essere pronti a modificare l’approccio basandosi sulla reazione e il comfort del cliente.
  5. Conoscenza del cliente: ogni cliente è unico. Comprenderne i loro valori, limiti e preferenze aiuta a modulare il linguaggio e lo stile delle domande.
  6. Autoconsapevolezza: i coach dovrebbero essere consapevoli del proprio linguaggio, pregiudizi e stili di comunicazione, e di come questi possono influenzare la qualità delle domande poste.

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