CON GLI OCCHI DEGLI ALTRI

Un sorriso aperto e una mano dalla pelle nera mi porge un libricino. La reazione iniziale (e me ne vergogno) è di rifiuto. Ma il ragazzo dagli occhi scuri mi parla con dolcezza e dignitosa convinzione, in un modo che gli esperti di comunicazione definirebbero assertivo. E così acquisto con curiosità “Il cielo sopra Ibraima”, scritto da Penda Thiam e Giuseppe Cecconi ( ed. Giovane Africa). Leggo storie di immigrati, le angherie subite, ma anche le testimonianze di chi li ha aiutati e accolti. Scopro come gli immigrati vedono gli uomini bianchi, chiamati tubab. Sono colpiti dal nostro ostentato senso di superiorità, dall’attaccamento esagerato alle cose e dall’insicurezza delle cose possedute (assicuriamo tutto, casa, oggetti, vita, ecc.), abbiamo paura e rifiuto della morte. Gli uomini neri africani, che i senegalesi chiamano nit-kou-niul, nel loro paese sorridono anche se hanno solo due cucchiai di miglio, accettano dignitosamente tutte le avversità e hanno un profondo senso della gratitudine. Anche nella miseria non rinunciano alla gioia di vivere , mentre l’uomo bianco di fronte all’insuccesso cade spesso in depressione. Per noi il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, per loro è acqua da bere, senza sprecarne nemmeno una goccia preziosa.

Teranga, kereze e jom, sono tre parole senegalesi che rappresentano i punti cardinali di una antica cultura popolare e codici di comportamento. Teranga indica un ampio concetto di ospitalità, che implica accogliere chiunque bussi alla porta, offrendogli da mangiare, da dormire e solo dopo tre giorni, si può chiedere all’ospite come si chiama. Kereze vuol dire riservatezza dei sentimenti, senso del pudore, rispetto per l’altro. Jom rappresenta il coraggio di affrontare la vita nello stesso modo in cui bisognerebbe saper affrontare la morte.

E’ il senso del soprannaturale ad accompagnare le giornate dei senegalesi, Insciallah, se Dio vuole, è una frase che ripetono sempre. Un fatalismo costruttivo, che consente di aspettarsi sempre un segno positivo da cogliere per trovare soluzioni.

Anche Ivan Illich, grande pensatore del 900, invitava a stare in attesa, a mantenere gli occhi vigli per cogliere al volo la sorpresa e, perché no, il miracolo. Quello ad esempio di vedere i tubab e i nit-kou-niul rispecchiarsi tra loro e apprendere gli uni dagli altri.

Un proverbio africano dice che “se si cammina da soli si procede veloci, ma se si cammina insieme, si arriva lontano”.

Giovanna Giuffredi

Tratto da: Coaching Time

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